Sono ancora incredula e sbigottita per quanto accaduto al largo delle coste di Gaza. Non riesco ancora a scriverne né parlarne senza provare una profonda rabbia per le tante vittime che questo conflitto, assurdo e ignobile come e forse più di ogni altro, continua a mietere da più di mezzo secolo. Ho deciso quindi di tacere e di rimandarvi al seguente articolo di Angelo d'Orsi pubblicato su
MicroMega che sposa appieno il mio pensiero, ribadendo prima la mia solidarietà al popolo palestinese.
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Israele, piombo fuso contro la paceScrivo sotto l’effetto dell’emozione, davanti alle notizie che giungono
dal Medio Oriente. Di un’emozione che sa di indignazione:
un’indignazione profonda, quella che sola nasce dal sentimento
dell’impotenza davanti a una ingiustizia enorme.
Ingiustizia enorme,
ingiustizia mostruosa, ingiustizia vergognosa: l’ingiustizia perpetrata
dal mondo che ha consentito agli ebrei di costituire uno Stato
“etnicamente puro” in Palestina, scacciando coloro che lì erano nati,
figli di nativi, nipoti di nativi, pronipoti di nativi, andando a
ritroso per centinaia e centinaia di anni. L’ingiustizia che ha preteso
riparare al torto mostruoso subìto dagli israeliti con il razzismo
sfociato nella “soluzione finale” nazista, commettendo un nuovo torto ai
danni di un altro popolo, spossessato della sua terra, dei suoi
costumi, della sua memoria, persino del suo paesaggio.
Un’ingiustizia
che continua, e che, a dispetto delle oltre settanta risoluzioni
dell’ONU, e delle reiterate condanne della “comunità internazionale”,
nessuno ha intenzione di riparare. Meno che mai i governanti israeliani,
i quali, nel susseguirsi delle maggioranze, nel succedersi di leaders,
non hanno avuto alcuna autentica volontà di pacificazione. Se l’avessero
avuta, avrebbero smesso la politica devastante, su ogni piano, degli
insediamenti nei pochi ettari di terra e di zone urbane (Gerusalemme
Est, in specie), ai danni, ancora una volta, della popolazione
arabo-palestinese. Non hanno mai avuto alcun intendimento reale di
acconsentire alla nascita di uno Stato parallelo, indipendente, dei
Palestinesi, i governi di Tel Aviv, capitale dello Stato israeliano, il
quale peraltro ha deciso unilateralmente di spostarla a Gerusalemme
proclamandola, addirittura, “capitale unica eterna e indivisibile”,
benché dagli accordi sottoscritti sotto l’egida dell’ONU, e delle grandi
potenze, quella sia una città divisa, e, per di più, una città nella
quale, comunque, vanno salvaguardate le diverse etnie, religioni,
lingue, culture. Patrimonio dell’umanità, nel senso proprio e tecnico,
città plurireligiosa, multietnica, sovranazionale.
Guardiamo alla
realtà. Israele ha ostacolato in ogni modo la strada della pace – la
famosa road map è una sciocca bugia a cui nessuno più crede – e
mentre i palestinesi che vivono entro i confini israeliani sono ridotti
alla condizione di iloti, di sub-cittadini, sulla base di un vero e
proprio apartheid; coloro che sono invece nelle terre residue – scarse, e
di fatto sottoposte a un ferreo, arcigno e criminale blocco perenne da
parte dell’esercito con la stella di Davide – ossia a Gaza e in
Cisgiordania (i cosiddetti Territori Occupati), sono impossibilitati
alla stessa sopravvivenza. E,
ad abundantiam, il potentissimo
apparato militare israeliano, la micidiale potenza di fuoco della sua
aviazione, pronta a sperimentare nuove armi, a cominciare da quelle
proibite (in fondo, si tratta di
experimentum in corpore vili:
il corpo dei palestinesi, opportunamente deumanizzato da una propaganda
che va ben oltre i confini israeliani), servizi segreti
particolarmente efficienti e spietati, e, me lo si lasci dire,
l’arroganza che nasce dalla convinzione di essere, comunque, sempre,
dalla parte della ragione, ha favorito una politica che nel corso del
tempo non ha quasi mai rivelato autentiche aperture all’altro, al di là
delle tante retoriche dell’incontro, della buona volontà, dell’intesa
indispensabile e della “necessità” dell’accordo.
Tutto ciò è
stato possibile, e lo è tuttora, solo grazie al sostegno acritico,
massiccio, in termini finanziari, politici e militari, che gli Stati
Uniti concedono a Israele, che in realtà oggi è in grado di tenere sotto
scacco persino il suo potente alleato-padrone. Tutto ciò è stato
possibile grazie al silenzio inerte o complice di gran parte delle
diplomazie e delle opinioni pubbliche dell’Occidente, in testa il nostro
governo, il “migliore amico di Israele”, come confermano gli accordi
militari, economici, culturali, anche assai recenti, sui quali una rete
omertosa viene regolarmente distesa.
Dopo l’infame operazione
“Piombo fuso” tra la fine del 2008 e l’inizio del 2009, che sterminò
oltre 1500 abitanti di Gaza – perlopiù bambini –, lasciando centinaia di
feriti gravissimi, gli israeliani, non paghi di condannare alla “morte
lenta” le centinaia di migliaia di scacciati dalle loro case, come si
espresse (parlando con Edward Said), un profugo in uno dei campi dove i
palestinesi hanno trovato assai precario “rifugio”. E ben lungi dal
cercare una soluzione alla “questione palestinese”, che avrebbe
significato il ritiro degli israeliani almeno ai confini anteriori alla
Guerra dei Sei Giorni (1967), e il rientro di tutti i profughi, gli
israelini hanno portato avanti una strategia di terrore, di
sopraffazione, di discriminazione, continuando a costruire nelle terre
residue dei palestinesi, a scacciare chi ha la sventura di abitarvi, a
tagliare i loro ulivi, a distruggere i loro agrumeti, a impedire ogni
possibilità di vita.
L’arroganza è arrivata, ieri l’altro,
all’attacco a una nave che tentava di rompere il blocco cui è sottoposta
la popolazione innocente di Gaza. Un vero attacco militare, contro la
flottiglia di navi di ong pacifiste che vogliono soltanto testimoniare
la compassione, nel senso più alto e nobile, ai palestinesi di quella
parte dell’opinione internazionale non corriva ai media, non
eterodiretta da governanti ciecamente filo-israeliani. Un attacco che ha
provocato morti, e feriti. Davvero bravi, eroici, i giovanotti di
Tsahal (le forze armate di Israele). E cosa volevano fermare, questi
coraggiosi? Un carico di armi? No. Ecco cosa tentavano di portare a Gaza
gli attaccati: cemento, medicine, alimentari, sedie a rotelle...
E
il mondo, ora, il mondo che farà? Esprimerà una “ferma riprovazione”, o
forse, addirittura, si spingerà a un “severo monito”? I governanti di
Tel Aviv, mentre hanno clamorosamente mentito sui fatti, non hanno
rinunciato all’impudenza di dirsi “rammaricati”. Il ceto politico nel
suo insieme, gli intellettuali, la cittadinanza nella sua stragrande
maggioranza ribadiranno sicuramente il concetto, insistendo nel
contempo, che Israele, nella sostanza, ha ragione anche quando sbaglia.
Ebbene, personalmente credo e affermo che oggi Israele sbaglia anche
quando ha ragione. E che, ormai, anzi, nessuna ragione è più plausibile.
Nessuna ragione può ancora giustificare questo scandalo, questa
ingiustizia mostruosa. Lo scandalo, a ben vedere, è, se vogliamo
essere franchi, la stessa esistenza di quello Stato. Ormai forse è
troppo tardi per tornare indietro; ma non lo è per far sentire ai suoi
dirigenti che essi non possono impunemente continuare sulla strada del
terrorismo (di Stato, appunto; di gran lunga il peggiore), del
misconoscimento di tutte le norme del diritto internazionale, della
totale e ostentata ignoranza delle leggi: tanto di quelle codificate,
quanto di quelle non scritte, e che rinviano, per ricorrere a una parola
certo consunta troppo spesso abusata, alla civiltà.
Se Israele
continuerà a spargere vento, insomma, come potrà sperare che la tempesta
non arrivi? E come pensa di resistere a quella tempesta? Ammazzare
tutti gli arabi del mondo sarà difficile. Se poi ad essi si pretende di
aggiungere anche quanti lottano per i diritti degli arabi, e dei
palestinesi in specie,
la guerra infinita di Israele potrà raggiungere
un solo risultato: procurare odio antiebraico, generare altra violenza,
suscitare un terrorismo suicida da parte di chi, non avendo più nulla da
perdere, considererà la morte in battaglia come preferibile alla morte
lenta. Angelo d'Orsi(1 giugno 2010)