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liberolanima
Signora Libertà, Signorina Anarchia
31 agosto 2010
Pomeriggio al lungomare
Approfittando della frescura quasi autunnale ho deciso di passare il pomeriggio sul lungomare. Seduta su una panchina leggevo un libro e di tanto in tanto alzavo lo sguardo e mi perdevo tra le onde dello Ionio agitato.
D'un tratto un uomo di mezza età si avvicina, è muto e con un gesto mi chiede l'orario. "Le cinque", ho detto mentre ho alzato la mano aperta per indicarglielo. Si avvicina e mi porge la mano per presentarsi, pare che voglia continuare a comunicare. A fatica riesco a capire quel che vuole dirmi. Mi chiede perché fossi seduta lì invece di stare a nuotare in mare, se volessi fare due passi, se fossi lì da sola, se abitassi da quelle parti, se fossi fidanzata e che cosa stessi leggendo. Io gli rispondevo sorridendo garbatamente, gesticolando frettolosamente e lanciando continuamente sguardi al mio libro nella speranza che il tipo capisse che non mi sentivo molto a mio agio e andasse via.
Forse era il luogo poco affollato, forse era la difficoltà  a livello comunicativo, ma a dire il vero più che a disagio ero proprio agitatissima e controllavo che il ragazzo che leggeva seduto sulla panchina accanto non fosse andato via. Dopo qualche minuto di domande e risposte il tipo mi stringe la mano e si allontana così il mio cuore ha ripreso a battere più lentamente.
Scrivo tanto di fiducia nel prossimo, di non essere diffidenti eppure non sono coerente con le mie parole. E me ne dispiaccio. Ho provato un po' di vergogna per aver avuto paura di quell'uomo, per aver pensato che potesse avere cattive intenzioni. Sì, un po' di prudenza ci deve essere, ma credo di aver esagerato con le preoccupazioni. 
Ho continuato a leggere per un po' continuando a pensare a quell'uomo muto e alla diffidenza che spesso si ha per chi è diverso. Lo si emargina, lo si ignora, lo si dimentica e quando ci spunta davanti ricordandoci che esiste anche lui, veniamo assaliti dal panico. Tipico giochino della nostra società ed io ci sono cascata in pieno. Ma pazienza, è una lezione anche questa.

Mi alzo dalla panchina, mani nella tasche dei pantaloni larghi, lettore mp3 ad alto volume e inizio a camminare mentre il forte vento mi scompiglia i capelli. Le percussioni, il violino e la fisarmonica dei Modena scandiscono il ritmo dei miei passi, sorrido guardando il mare e mi perdo tra le onde, le nuvole e l'orizzonte. I miei sogni spiccano il volo e si mischiano con le insenature della costa. La lava del vulcano si è solidificata plasmandosi in forme meravigliose. Certo, non saranno le scogliere di Moher e lo Ionio non è l'Atlantico, ma è un paesaggio molto suggestivo.
Vorrei stare lì ancora per tanto tempo, ma la zona inizia a movimentarsi troppo per i miei gusti, in tanti fanno sport, molti di più passeggiano, è l'ora del gelato e dell'aperitivo nei vari bar della zona, torno a casa a scrivere di questo pomeriggio. 



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30 agosto 2010
Preghiera a Mario Borghezio
O Borghezio Borghezio...

Dove sei tu adesso, o padano difensore della nostra civiltà?  Dove Salvini, dove Gentilini, dove Calderoli, dove i vostri maiali al guinzaglio, le vostre manifestazioni contro l'islamizzazione dell'Italia e dell'Europa?
No, siccome in questi giorni c'è un islamico venuto dall'Africa con trenta cavalli e che dorme in una tenda, ecco,  voi siete sempre stati contro questa gente, figuariamoci poi se il mussulmano in questione auspica la religione islamica come culto europeo. Oh, ma avete sentito? Non vorrei che sto tizio qui fosse sfuggito al vostro sguardo vigile.
Che non si dica che utilizziate due pesi e due misure, eh. Voi siete integerrimi protettori dei valori cristiani noti per la vostra coerenza. Mi raccomando, occhio ché le prime tre donne le ha già convertite.




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26 agosto 2010
Anarchici


Eh, brutta gente...




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20 agosto 2010
A forza di essere vento
Libertà, libertà, ci riempiamo quotidianamente la bocca con questa parola senza consideare il suo reale significato. Siamo convinti che libertà significhi solo poter camminare per strada, scrivere e dire ciò che ci pare, votare chi ci pare, amare chi ci pare, vestire come ci pare purché tutte queste attività rientrino in certi canoni, quelli della nostra società. Così denigriamo chi sceglie di essere ciò che gli pare, di esercitare la propria libertà in modo diverso dal nostro e in base a leggi religiose o biologiche, omosessuali e trans vengono considerati degli abomini perché ci è sempre stato detto che la giusta e naturale condotta sessuale sia tra un uomo e una donna.

Allo stesso modo vengono discriminate le etnie rom per il fatto di essere nomadi e di volerlo restare. Proprio giorni fa un tg locale denunciava un accampamento rom proprio all'uscita dall'aeroporto, sconveniente e degradante benvenuto ai turisti che vengono a farci visita. Certo, nascondiamo i rom, rimpatriamoli come sta facendo il caro Sarko oltralpe, e poi facciamo girare i turisti in una città che cade a pezzi, sporca e pericolosa nonostante il ministro La Russa vada in giro dicendo che grazie ai militari che presidiano tutti i quartieri degradati, Catania è una città sicura. Minchia quanto è sicura! I cari militari, per lo più ventenni venuti dal nord che non sanno assolutamente nulla di cosa sia la mafia e come operi in tutti gli strati della città, questi ragazzi passeggiano per la via principale del centro storico (non tutta, solo 100 o 200 metri) e bon, fine. Nessuna traccia di loro se ci si addentra nelle zone più interne e "selvagge" della città.
Ma era solo un parentesi, parlavo dei rom. Discriminati e scacciati da qulunque luogo come la peste perché puzzano, rubano, ammazzano, vivono in roulottes ma sono pieni di oro.Odiati perché sono diversi. E' vero che c'è chi delinque, ma lo fanno tutti? Non rubano anche gli altri, quelli come noi?
Perché non si può vedere una risorsa nella diversità, vederla come una ricchiezza, una risorsa, un arricchimento e non come una discriminante?
Non è facile, me ne rendo conto, ma credo che toccherebbe a chi è nella posizione più favorevole sforzarsi di creare l'ambiente adeguato per una convivenza tra culture diverse.
E quotidianamente, è difficile, lo so, è tanto difficile superare i pregiudizi coi in quali abbiamo sempre convissuto, che ci sono stati insegnati sin da piccoli, lo è per tutti, ma forse dovremmo provare ad apprezzare il diverso proprio per la sua particolarità.

Sono un'utopista, eh? Già, eccome se lo sono, scivo del nulla. E' improbabile, se non impossibile, una convivenza tra le varie culture senza che l'una predomini sull'altra.
Ma anche se irrelizzabile, io continuo a sognare e in questi frangenti mi vengono sempre in mente le parole che mi ripete sempre un uomo speciale quando, presa dallo sconforto, gli dico che sognare un mondo migliore è inutile.


"L'utopia è là, all'orizzonte. Mi avvicino di due passi,
lei si allontana di due passi. Faccio dieci passi e l'orizzonte
si sposta di dieci passi. Per quanto cammini, mai la raggiungerò.
A cosa serve l'utopia?
Serve a questo: a camminare"

(E. Galeano)


E vi lascio con le parole del mio adorato maestro, non ho saputo scegliere fra i tre e ve li ripropongo tutti in tutta la loro meravigliosa poesia.


 



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18 agosto 2010
Dove vado, da dove vengo
Dove vado, da dove vengo,
Perché sono bagnata.
Andiamo, non è difficile capirlo.
Sta piovendo.
La pioggia è pioggia.
Io ci cammino sotto - e poi,
E poi nient'altro.
Andate per la vostra strada
Come io per la mia.
Perché sguazzo nel fango?
Perché mi piace.
E la pioggia, la pioggia mi fa ridere.
Rido di tutto, tutto, tutto.
Se avete le lacrime in tasca
E' meglio che torniate a casa,
E' meglio che piangete su voi stessi,
Ma lasciatemi stare, lasciatemi, lasciatemi.
Il suono della vostra voce non lo voglio sentire.
Andate per la vostra strada
Come io per la mia.
Il solo uomo che amavo
siete stato voi a ucciderlo,
a prenderlo a mamganellate, a camminargli sopra...
a dargli il colpo di grazia.
Ho visto scorrere il suo sangue,
scorrere nel rigagnolo,
nel rigagnolo.
Andate per la vostra strada
come io per la mia.
L'uomo che amavo
è morto, la testa nel fango.
Ah quanto posso odiarvi,
odiarvi... è folle... è incredibile.
E voi vi impietosite,
voi siete buoni, troppo buoni con me,
eh si credetemi, troppo, troppo buoni.

Buoni... buoni come l'ammazzatopi con i topi...
ma un giorno... un bel giorno il topino vi morderà...
Andate, andate per la vostra strada,
uomini buoni, uomini per bene.

Jaques Prévert  



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17 agosto 2010
Picconi e manganelli
Morto Cossiga, sul web c'è chi festeggia o si dice indiferente alla notizia. Io invece sono proprio incazzata e non credo di essere la sola a pensare che con lui spariscono anche molte verità un questioni che ciguardano la nostra storia. Non che pensassi che le avrebbe rivelate in punto di morte, ma ecco, ci speravo. A tal riguardo ho letto su Facebbok un commento che mi ha fatto sorridere amaramente: "Invece che San Pietro con le chiavi del Paradiso, ad attendere il senatore al varco ci sarà Aldo Moro con una grossa chiave inglese".
Ma su, non siamo troppo cattivi e uniamoci al cordoglio delle istituzioni. Proprio adesso al tg stanno leggendo le reazioni alla notizia di Casini, D'alema e Latorre. Ecco, uniamoci al loro sincero rammarico, magari formulando un epitaffio che ne possa rappresentarlo a dovere.
Per esempio:

*Presidente Cossiga, pensa che minacciando l`uso della forza pubblica contro gli studenti Berlusconi abbia esagerato? «Dipende, se ritiene d`essere il presidente del Consiglio di uno Stato forte, no, ha fatto benissimo. Ma poiché l`Italia è uno Stato debole, e all`opposizione non c`è il granitico Pci ma l`evanescente Pd, temo che alle parole non seguiranno i fatti e che quindi Berlusconi farà una figurac- cia».

Quali fatti dovrebbero seguire? «Maroni dovrebbe fare quel che feci io quand`ero ministro dell`Interno».

Ossia? «In primo luogo, lasciare perdere gli studenti dei licei, perché pensi a cosa succederebbe se un ragazzino rimanesse ucciso o gravemente ferito...».

Gli universitari, invece? «Lasciarli fare. Ritirare le forze di polizia dalle strade e dalle università, infiltrare il movimento con agenti provocatori pronti a tutto, e lasciare che per una decina di giorni i manifestanti devastino i negozi, diano fuoco alle macchine e mettano a ferro e fuoco le città».

Dopo di che? «Dopo di che, forti del consenso popolare, il suono delle sirene delle ambulanze dovrà sovrastare quello delle auto di polizia e carabinieri».

Nel senso che...

«Nel senso che le forze dell`ordine non dovrebbero avere pietà e mandarli tutti in ospedale. Non arrestarli, che tanto poi i magistrati li rimetterebbero subito in libertà, ma picchiarli e picchiare anche quei docenti che li fomentano».

Anche i docenti? «Soprattutto i docenti».

Presidente, il suo è un paradosso, no? «Non dico quelli anziani, certo, ma le maestre ragazzine sì. Si rende conto della gravità di quello che sta succedendo? Ci sono insegnanti che in- dottrinano i bambini e li portano in piazza: un atteggiamento criminale!».

E lei si rende conto di quel che direbbero in Europa dopo una cura del genere? «In Italia torna il fascismo», direbbero.

«Balle, questa è la ricetta democratica: spegnere la fiamma prima che divampi l`incendio».

Quale incendio? «Non esagero, credo davvero che il terrorismo tornerà a insanguinare le strade di questo Paese. E non vorrei che ci si dimenticasse che le Brigate rosse non sono nate nelle fabbriche ma nelle università.

E che gli slogan che usavano li avevano usati prima di loro il Movimento studentesco e la sinistra sindacale».

E` dunque possibile che la storia si ripeta? «Non è possibile, è probabile.

Per questo dico: non dimentichiamo che le Br nacquero perché il fuoco non fu spento per tempo».

Il Pd di Veltroni è dalla parte dei manifestanti.

«Mah, guardi, francamente io Veltroni che va in piazza col rischio di prendersi le botte non ce lo vedo. Lo vedo meglio in un club esclusivo di Chicago ad applaudire Obama...».

Non andrà in piazza con un bastone, certo, ma politicamente...

«Politicamente, sta facendo lo stesso errore che fece il Pci all`inizio del- la contestazione: fece da sponda al movimento illudendosi di controllarlo, ma quando, com`era logico, nel mirino finirono anche loro cambiarono radicalmente registro.

La cosiddetta linea della fermezza applicata da Andreotti, da Zaccagnini e da me, era stato Berlinguer a volerla... Ma oggi c`è il Pd, un ectoplasma guidato da un ectoplasma. Ed è anche per questo che Berlusconi farebbe bene ad essere più prudente».



Dite che è un po' troppo lungo?


*Il senatore a vita Francesco Cossiga intervistato dal Quotidiano Nazionale il 23 ottobre 2008

Fonte



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15 agosto 2010
Io uomo, lui bestia: lui vince
Oppure

Le belle e la bestia: brividi di Ferragosto.

Ore 2.30 del mattino, stavo iniziando a prendere sonno quando mia sorella irrompe in camera mia esclamando: "Devo fare la pipì e in bagno c'è un insetto sul mio accappatoio. Uccidetelo o la faccio in una bottiglia". Le ho detto di non rompere e di chiamare mio padre il quale, semi-dormiente, la ha serenamente mandata a quel paese. Così, dopo qualche minuto, percependo lo stato di panico di mia sorella, mi alzo e mi decido a lanciare la mia sfida al piccolo coso antennuto. Piccolo coso antennuto? Era un t-rex, cazzo!
Panico, ho pregato tutti gli dei affinché scendessero dal cielo o dall'Olimpo o da dove gli pareva basta che dessero al mio braccio la forza di schiacciare il nemico.
Corro in lavanderia a prendere le ciabatte di mamma ma mi manca la forza, dopo qualche minuto di fermo immagine ho iniziato a sentirmi Clint Eastwood in Per un pugno di dollari...





Ciabatte in mano, io guardavo lui, lui guardava me muovendo quelle cose sulla testa e mia sorella spiava nascosta in un'altra stanza. Schiena appiccicata al muro, mi muovevo lentamente cercando la posizione giusta per colpire l'avversario ma distolgo un attimo lo sguardo dal bersagio e il vigliacco si nasconde tra gli accappatoi. "Merda, ci è scappato! Prendiamo l'insetticida". Poi penso che spruzzare quello schifo sui tessuti avrebbe significato buttarli, quindi ho deciso di stanare il codardo. Accanto al bagno c'è una scarpiera stracolma. Guardo mia sorella con l'occhio del genio che ha risolto il problema, lei capisce e inizia a sbellicarsi dalle risate e mi fa: "Hai trovato le munizioni". Io: "Sì, una ad una gli butto contro tutte 'ste scarpe, deve cadere a terra prima o poi. E poi, in caso volasse ho gli scudi, le ante del mobile". A quel punto la vescica di mia sorella è stata messa dura prova, non tratteva più le risa. Così, posizionata a distanza di sicurezza, ho iniziato a scaricare i miei proiettili a forma di infradito ma nulla, la bestia non usciva fuori. Finite le infradito erano rimasti tacco 12 o anfibi con la punta in ferro e lì, considerando che 1) avrei rovinato i tacchi e 2) la punta in ferro farebbe un tonfo che sveglierebbe i miei i quali avrebbero usato l'altro anfibio contro di me, ho detto: "Buonanotte coso, hai vinto tu".

E adesso mi è venuta in mente la scena qui sotto e tutte le mie speranze di riuscire a fare sogni meravigliosi e celestiali, come era molto probabile che fosse data la bellissima serata trascorsa, sono andati in fumo.





Bene, adesso che siete arrivati fino alla fine di questo demenziale episiodio, io mi congederei anche da voi, augurandovi un buon Ferragosto.



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13 agosto 2010
Sardi
A cena, guardando un servizio al tg sulla protesta degli allevatori sardi, ho chiesto a mio padre: "E' una mia impressione o i sardi sono un popolo forte e battagliero? In questi tempi di crisi mi è parso che i lavoratori lottassero molto duramente". E lui: "Impressione? Ho conosciuto sardi dal carattere sorprendentemente fermo e caparbio, gente che non si arrende quando si tratta di far valere i propri diritti. Pensa a Gramsci, a Berlinguer... Noi siciliani ce la sognamo la loro fierezza."

Già...







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9 agosto 2010
Draquila
di Sabina Guzzanti.

Le vicende dei terremotati, gli intrighi politici ed economici, i tentativi di manipolare gli aquilani  raccontati nel film sono l'ennesima prova, se mai ce ne fosse stato ancora bisogno, che siamo in pieno regime.
Un film da proiettare in qualunque piazza d'Italia e vedere se almeno così la gente riesca ad aprire gli occhi.




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7 agosto 2010
Ancora Fromm

L’amore è possibile solo se due persone comunicano tra loro dal profondo del proprio essere, vale a dire se ognuna sente se stessa dal profondo del proprio essere. […] L’amore sentito così è una sfida continua; non è un punto fermo, ma un insieme vivo, movimentato; anche se c’è armonia o conflitto, gioia o tristezza, è d’importanza secondaria dinanzi alla realtà fondamentale che due persone sentono se stesse nell’essenza della loro esistenza, che sono un unico essere essendo un uno unico con se stesse, anziché sfuggire se stesse. C’è solo una prova che dimostri la presenza dell’amore: la profondità dei rapporti, e la vitalità e la forza in ognuno dei soggetti.


Erich Fromm, L'arte di amare

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Sto assaporando questo libro pagina dopo pagina, portando alla luce vecchie e nuove verità e chissà quanta fatica mi aspetta per riuscire a sentire me stessa, per riuscire ad amarmi e vivere io stessa in un altro essere. Chissà quanta quanta forza devo trovare, chissà se ci riuscirò mai.




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5 agosto 2010
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Lacrime e singhiozzi
come unici compagni di viaggio
lungo questa notte insonne.



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1 agosto 2010
Dare
Dare è la più alta espressione di potenza.
Nello stesso atto di dare, io provo la mia forza,
la mia ricchezza, il mio potere.
Questa sensazione di vitalità e di potenza
mi riempie di gioia.
Mi sento traboccante di vita e di felicità.
Dare dà più gioia che ricevere, non perché è privazione,
ma perché in quell’atto mi sento vivo.

L’arte di Amare, Erich Fromm





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28 luglio 2010
Mattina d'estate
In questa mattina d'estate passeggio guardando il mare. E' ancora presto ed il sole riscalda piacevolemente il viso e il cuore. Vorrei che poteste vedere con i miei occhi e sentire attraverso i miei sensi. Vedo i riflessi del sole che creano dei magici giochi di luce sulla superficie del mare. La sua voce mi parla. Cosa vuoi dirmi amico mio? Hai forse le risposte alle le mie domande? Ti sento ma non riesco a capirti. Dovrei mettere a tacere il caos che regna dentro di me, fare un po' di ordine tra i mille pensieri che affollano la mia mente e che contrastano il silenzio che che mi circonda. Solo allora, forse, potrò mettere da parte un po' di questa maledetta insicurezza che soffoca ogni mio entusiasmo.
Cammino lentamente guardando l'orrizzonte e questa solitudine mi rasserena quanto mi angoscia.
"Che bell'inganno sei anima mia", canta Fabrizio.




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19 luglio 2010
Trova le differenze
Dal sito dell' UAAR

Hugo Chavez contro la Chiesa cattolica: “ha troppi privilegi”

Il presidente venezuelano Hugo Chavez ha attaccato duramente i privilegi della Chiesa cattolica nel corso di un intervento televisivo trasmesso mercoledì scorso. Chavez ha incaricato il proprio ministro degli esteri, Nicolas Maduro, di rivedere il concordato, perché il Venezuela è uno stato laico e nessuna confessione religiosa deve avere più privilegi delle altre. Chavez, scrive la BBC, ha criticato il papa, perché “è il capo di stato del Vaticano, non l’ambasciatore di Cristo sulla terra: Cristo non ha bisogno di ambasciatori, Cristo è nel popolo e tra quelli che lottano per la giustizia e la libertà degli umili”. Chavez ha inoltre definito le gerarchie ecclesiastiche “troglodite” e “cavernicole”.

***

Dal sito di Metilparaben

Le vite degli altri 1/2


In Argentina legalizzano i matrimoni tra omosessuali.
In Italia agli omosessuali neppure affittano le case.
Altro che serie C, siamo fra i dilettanti.

***

Dal sito di Metilparaben


Il diritto va in vacanza



A Bari, a quanto pare, c'è un solo ginecologo non obiettore che ha deciso di adottare la RU486: siccome, com'è giusto che sia, anche lui deve andare in ferie, il servizio resterà bloccato finché non sarà tornato.
Non c'è niente da fare: siamo ufficialmente un paese del terzo mondo.

***

Quindi, ricapitolando, chi sarebbero gli appartenenti al mondo civilizzato? Chi invece gli incivili arretrati? No, perché c'è ancora qualcuno che sbaglia le risposte.



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17 luglio 2010
Ode all'irrazionalità
Esagero sempre, la mia fantasia corre assai più che la realtà e così facendo mi sono sempre bruciata. Ho capito che questa lezione non la imparerò mai e persevero nell'abbandonarmi completamente a ciò che sento mettendo da parte la razionalità che mi ha sempre contraddistinto a favore di impulsività, irrazionalità e spudorato romanticismo.
Questa canzone mi ronza in mente da tempo e stasera sento di volertela dedicare anche se probabilmente non sarebbe il caso.

 



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14 luglio 2010
Stoltezza democratica
Secondo Bersani il berlusconismo è finito, secondo me Bersani o c'è o ci fa. Non vedo altra spiegazione.
Come si può pensare che un cancro che dura da trent'anni possa dissolversi con una possibile crisi di governo? Oltretutto una crisi che è stata annunciata innumerevoli volte, ma non si è mai verificata. Ha retto agli scandali Tarantini, D'Addario, Scajola, Bertolaso, Verdini, Brancher, Dell'Utri condannato per mafia e vedremo come reggerà anche alla P3.
Non fa una piega, non si scalfisce. Il suo elettorato è sempre più cieco e osannante oppure è indifferente, c'è altro a cui pensare e la politica lasciamola a quelli lì che sanno solo fregarci i soldi, tanto non possiamo farci nulla, sarà sempre così.
La sintesi del berlusconismo è tutta qui, non importa quanti e di quale entità siano gli scandali, alla gente non importa. Siamo stati abituati a non occuparci di altro se non dei nostri interessi. Siamo stati addestrati al culto dell'individualità, una individualità malata, dove solo il nostro io esteriore ha il diritto di essere soddisfatto, seguendo sempre il modello vincente, il loro modello, quello che loro ritengono essere vincente. Ma non c'è nulla di nuovo in questo, è una visione che rispecchia in toto il concetto di egemonia culturale proposto da Gramsci, la classe dominante che impone il proprio modello sulle altre classi e quindi sull'intera società. Ne L'ideologia tedesca, Marx parla di dominio culturale (da relazionare con quello economico, politico e sociale), dove i valori della classe dominante vengono fatti propri dalle classi dominate le quali tendono a interpretare il mondo non in base ai propri interessi, ma in base a quelli dei loro oppressori. E non è quello a cui assistiamo ancora oggi? Lo vedo sulla mia pelle. Per quanto io critichi fortemente ogni omologazione, a volte non riesco a scappare dai modelli che vedo intorno a me, quelli che ho sempre avuto davanti agli occhi. Me ne rendo conto, ma non riesco a sfuggire a tutte le scheletriche modelle, le stupide e sorridenti veline, le formose Marini, Bellucci e Ferilli. Sembrerà banale ma non lo è, è un forte limite psicologico quello di non accettare il mio corpo così com'è, nella sua unicità, particolarità, solo perché fuori dai comuni canoni di bellezza. Così mi precludo la possibilità di mettermi in costume e andare al mare pur avendolo a pochi chilometri di distanza, oppure sentirmi presa in giro ogni volta che un uomo, seppur con tutte le migliori intenzioni, mi dice che sono bella.
E questo è solo un facile e immediato esempio del come il berlusconismo non sia solo un movimento politico, ma copre un lungo arco di tempo della nostra storia in cui la cultura di un paese è stata totalmente stravolta. Ho preso come esempio l'estetica perché lo riconduco direttamente alla mia esperienza personale essendo l'unico effetto di questo male che non sono ancora riuscita a debellare dalla mia vita, ma potrei parlare di corruzione, di ignoranza, di intolleranza, paura del diverso, discriminazione sessuale, non finiremmo più.
Ecco perché mi infervoro quando leggo Bersani e i suoi compari minimizzare nei confronti di Berlusconi, sorridere durante un'intervista ed utilizzare facili quanto insignificanti metafore. Non è solo una battaglia politica, è soprattutto culturale, perché Berlusconi non è immortale ed un giorno Caronte lo trasporterà da una riva all'altra dell' Acheronte, nell'Ade. Ciò che è pericoloso è la scia che lascia dietro sé, una popolazione annichilita senza nessuna idea della propria condizione di schiava e quindi senza nessuna speranza di poter prendere coscienza e riemergere dal fango nel quale annega pensando che sia acqua pulita.
Ma riuscirà questa inesistente sinistra a capirlo?






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13 luglio 2010
Io c'ero
e saltellavo come un grillo con il pugno ben in alto.



(piccoli sogni che si avverano)



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3 luglio 2010
Esorcizzare la paura
Quei momenti in cui proprio non puoi trattenere tutta la gioia che senti dentro e vorresti urlare al mondo intero la tua felicità. Ma poi ti blocchi e pensi a tutte le volte in cui quel sogno che stringevi tra le mani è scivolato via nel momento in cui lo hai esternato lasciandoti nello sconforto dell'ennesima delusione. Quindi resti in silenzio ad aspettare il momento in cui niente e nessuno potrà arrestare le tue emozioni che scorrono con la forza di un fiume in piena.
Ed è così che farò questa volta, terrò per me le mie lacrime di gioia, nasconderò al mondo i miei occhi che bruciano fino al giorno in cui basterà un sussurro o anche solo uno sguardo per scacciare via questa fottutissima e persistente paura che la felicità duri il tempo di un segreto svelato. 



E in un giorno di pioggia ti rivedrò ancora
e potrò consolare i tuoi occhi bagnati.
In un giorno di pioggia saremo vicini,
balleremo leggeri sull'aria di un Reel.





Sì, lo so che questo post è tutto un ossimoro, ma fate finta che non lo abbiate letto.



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28 giugno 2010
Emozioni impensabili
Erano così vicini che i loro nasi quasi si sfioravano.
Lui dormiva placidamente, chissà se e cosa stesse sognando. Ogni tanto si agitava, arricciava il naso e soltanto quando lei gli stringeva la mano tornava sereno.
Lo guardava dormire e sorrideva, non aveva mai provato un sentimento così forte, un amore completo e totale, un cerchio che si chiude. Nei suoi occhi si leggeva chiaramente la gioia che provava, quell'emozione che lascia senza fiato e fa scomparire il mondo circostante.
Era visibilmente stremata, ma non voleva, non poteva riposare. Lo guardava intensamente ed era come se lo supplicasse di svegliarsi, perché lei era lì per lui, voleva guardarlo negli occhi, voleva stringerlo forte a sé e baciarlo. Baciarlo ancora e ancora, coccolarlo, finalmente. Aveva atteso anche troppo che quel momento arrivasse.
Lei è una delle mie più care amiche e oggi ha messo al mondo Edoardo.

Io ero lì che li osservavo cercando di trattenere le lacrime ed evitare che l'emozione mi giocasse un brutto scherzo. Nello sguardo di lei brillava una luce che non avevo mai visto e strane emozioni pervadevano anche me. Una parte di me si godeva quel momento, l'altra parte riviveva la nostra infanzia, i giochi, le confidenze, i guai che combinavamo. E poi l'adolescenza, i primi amori, il liceo, l'università, i viaggi, il suo matrimonio e adesso un figlio, la gioia più grande.
Vedere lei e suo marito, ancora increduli e storditi, adorare quell'esserino che riposava nella culla mi ha dato una gioia immensa che non so descrivere.
Non so per quale assurda ragione, per qualche istante mi sono chiesta se un giorno anche io proverò quelle sensazioni. Per fortuna è stato solo un momento, sono interrogativi ancora troppo grandi per una come me, non saprei nemmeno gestirle delle emozioni simili. Così naturali e prevedibili per molte donne, ma assolutamente improbabili e impensabili per me. No, non è il caso di approfondire queste questioni, adesso è solo im momento di fare tantissimi auguri alla mia adorata amica, al suo fortunatissimo marito e al piccolo dolce Edo.



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23 giugno 2010
Rinnovare o non rinnovare il linguaggio della sinistra? Anche questo è il problema.
Ne scrivevo giusto qualche post più in giù: il termine compagno, le radici storiche e le emozioni che evoca. Quegli ideali così romantici e utopistici sono di solito caratteristici del fervore giovanile, della  forza delle idee che i ragazzi portano avanti con molta più convinzione dei loro padri, molto spesso assuefatti e delusi dalle sconfitte che hanno provato sulla loro pelle.
Eppure pare non sia più così. Non per i giovani del Pd, almeno. Infatti le nuove leve di questa pseudo sinistra non solo rinnegano quella meravigliosa parola, ma con essa ripudiano la storia e le lotte di quanti in passato si sono battuti per quegli ideali di giustizia ai quali i giovani di oggi dicono di ispirarsi. Dicono sia un termine obsoleto e che pertanto non rispecchi l'anima innovatrice del partito. Ebbene, credo che questi ragazzi siano le prime vittime dell'inarrestabile ondata di ignoranza che ha sommerso l'Italia, un paese in cui, oltre alla memoria, anche la poesia è tragicamente affondata negli abissi.
Ma ho blaterato fin troppo, sono tornata sull'argomento solo per farvi leggere il seguente articolo di Angelo d'Orsi su MicroMega che, trattando il tema in tono molto più soddisfacente e aulico del mio, mi ha molto emozionato.
A voi, e sempre a pugno chiuso.




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Compagni, una parola che i giovani piddini non meritano

Abbiamo letto e ascoltato la notizia piccina piccina, ma di quelle che fanno discutere – come suol dirsi: cinque “giovani dirigenti” del Pd hanno indirizzato una perentoria richiesta al segretario del partito, Pier Luigi Bersani, esprimendo un forte “disagio”. Ohibò! E perché mai? Perché il partito non fa abbastanza sul serio l’opposizione al regime del Cavaliere? Perché ha avallato iniziative pericolose dell’avversario? Perché si piega troppo sovente ai dettami del Vaticano? Perché neppure in politica estera sa far sentire autorevolmente una voce diversa da quella dell’abbronzato e inerte Frattini? Macché. Il disagio di questi giovani – che un giorno, sta’ a vedere, diverranno leaders nazionali – nasce da “parole e comportamenti che guardano in maniera ingiustificatamente romantica al passato”.

E che vorrà dire? – si chiederanno i miei lettori. Difficile da decifrare, in effetti; ma se si va alla cronaca delle ultime ore si scopre l’arcano: nella riunione del partito tenuta a Roma il 20 giugno sui temi della risposta alla crisi economica, un attore, Fabrizio Gifuni, ha tenuto un (ahilui, applaudito) intervento esordendo con (ahilui doppio, applauditissimo) “compagne e compagni”. Non l’avesse mai fatto. Non solamente i giovanetti che dichiarano di avere l’età del Pd (sono da invidiare, per un verso, da compatire, per un altro), ma alcuni dirigenti dell’area cattolica, sono insorti. Che linguaggio datato! Che mancanza di rispetto per le diverse “sensibilità” presenti nel partito! Che inutile romanticismo! Che grottesca nostalgia di un passato che non può e non deve tornare! Nostalgia: è questa la parola che è stata usata, con una chiosa che si spinge fino ad adombrare l’ipotesi del fallimento: “nostalgia” – scrivono i giovani “democratici” – “che acceca la nostra prospettiva del partito e del paese”.

Insomma, siamo a questo. Chi faccia una capatina sul sito web de “l’Unità” potrà constatare come il dibattito sia scattato immediatamente. E scoprire che accanto a coloro ai quali la parola “compagno” fa venire una crisi di orticaria, molti altri sono venuti allo scoperto protestando, con argomenti storici, lessicali, etici, politici. Quanti bollano l’appellativo “compagno” (e derivati, femminile e plurale) come politicamente improponibile, sono i più recenti zelatori del “nuovo”.

Il nuovo che dovrebbe fare piazza pulita di tutto ciò che la memoria e la storia ci consegnano: dai simboli ai nomi, dalle tradizioni politiche a quelle culturali, dai testi di Marx a quelli di Gramsci. Che, infatti, si esitò a inserire nel “gotha” del Pd alla sua fondazione, e che, mentre è oggi l’autore italiano più studiato nel mondo, viene perlopiù ignorato non soltanto dai “giovani” ma dalla stessa leadership: come non ricordare Veltroni quando, festeggiando il cinquantenario della Fondazione Gramsci, nel 2000, ebbe a sentenziare: “Gramsci non ci appartiene più. Siamo oltre. Non siamo più a metà del guado!”?

Ecco, ora la traversata del deserto del fu-comunismo è finita. E mentre davvero nei paesi dell’Est europeo, devastati dal “nuovismo” dell’ultracapitalismo, emergono nostalgie di un mondo senza libertà, ma con molte garanzie sociali, qui da noi, non si è contenti della collezione di sconfitte politiche che dalla “Bolognina” in avanti il PCI, rinnegatore di se stesso, ha inanellato, privo di una linea e di una autentica leadership, oscillante ad ogni stormir di fronde, imitatore del partito di plastica berlusconiano.

Da noi, baldanzosamente, si vuole “andare avanti”: su quale strada? Non si sa. L’importante, a quanto pare, è “innovare”. E bruciare i vascelli alle proprie spalle, cancellando la storia di un movimento, quello comunista italiano, che non può essere chiamato a condividere, sic et simpliciter, i crimini di quello staliniano, come i suoi stessi attuali dirigenti, si sono precipitati a fare, inseguendo o addirittura precedendo l’avversario, ammettendo implicitamente e talora esplicitamente le proprie “colpe”. Assolute e irredimibili, nel loro giudizio; a meno che si cambiassero nomi, simboli, e, appunto, persino il lessico politico.

Ma se colpe ci sono state, allora, è grottesco pensare che cambiando la forma si cancelli la sostanza; e se non ci sono (soltanto) colpe, dunque, perché gettare alle ortiche una tradizione nobilissima? Perché disconoscere il ruolo fondamentale di lotta al fascismo, di costruzione della Repubblica – fin dalla sua carta costituzionale, i cui lavori furono presieduti da un comunista integerrimo e “duro” come Umberto Terracini –, di difesa della legalità e della democrazia contro le trame golpiste e gli attacchi terroristici? Contro i tentativi di forzature costituzionali, condotti a più riprese, per esempio, da quella DC di cui ora l’area cattolica nel Pd si proclama erede…

Non si può che provare sconforto davanti alle proteste dei giovani del Partito Democratico: i quali, a quanto pare, nulla sanno e nulla vogliono sapere di quel passato. Loro sono “post”. Noi che siamo “pre”, ci permettiamo di offrire un consiglio: studino. Si mettano sui libri. Cerchino i documenti. Vadano negli archivi. O almeno nelle biblioteche. Troveranno di che appagare le loro curiosità, se ne hanno, di che nutrire la loro ingenua ignoranza, di che colmare lacune di cui hanno solo in parte la responsabilità. E li invitiamo innanzi tutto a fare una pur sommaria ricerca sul termine incriminato: “compagno”.

La sua etimologia, i suoi tanti impieghi linguistici, la sua “romantica” bellezza: compagno vale assai più, semanticamente, di amico, su un certo piano; o di marito (o moglie), su un altro. Compagno è la persona con cui compartisci beni, materiali e spirituali. Compagno è colui (o colei) con cui dividi il pane; ma, aggiungo, pure le rose, spesso. Compagno è chi tu percepisci accanto anche quando è lontano e irraggiungibile. Compagno è chi è in stato di empatia con te: sente, soffre, gioisce degli stessi avvenimenti, pur se si trova a migliaia di chilometri di distanza dal luogo in cui tu sei. Compagno è alleato, amico, sodale: tuo concittadino, tuo familiare, tuo convivente: nelle idee, nei sentimenti, negli ideali; o nella pratica quotidiana. Compagni, prima ancora di dichiararsi, ci si avverte reciprocamente, ci si riconosce, come nell’innamoramento.

Se un altro percepisce nei tuoi stessi termini un’ingiustizia, commessa su altri, una situazione di disuguaglianza, di sfruttamento, di oppressione: ecco un compagno. Così era. Così sarà, finché v’è chi crederà nei valori – questi “sacri” davvero – della triade Liberté Egalité Fraternité. Per crederci non è necessario essere “comunisti”, come non lo erano i rivoluzionari del 1789. Se quei giovani contestatari non lo sentono, mi dispiace per loro. Non per questo noi rinunceremo a servirci di quella parola, che, evidentemente, a loro non si addice. E che essi non meritano.

Angelo d'Orsi

(22 giugno 2010)



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20 giugno 2010
Piove
Basta, ti prego, smetti di piovere, smettila. Quello scrosciare costante nel cuore della notte, quel battere forte sulle piastrelle del terrazzo, l'odore intenso che si sprigiona in estate mi impediscono di prendere sonno.
Creano un'atmosfera magica e malinconica che mi porta a volare in alto con la fantasia. Talmente in alto che ho le vertigini. Ho paura di cadere, cadrò.
Smetti di piovere perché non voglio, non voglio più abbandonarmi ai sogni ad occhi aperti.
Prevedo un brusco risveglio, lo so, lo sento. E no che non potrei sopportarlo.
Per cui, smetti di piovere e fa che torni quella fastidiosissima afa a impedirmi di pensare ad altro se non al caldo.
Ecco, bene così. Basta piovere, desidero solo addormentarmi e per una volta preferisco fare i soliti incubi, figli del mio saggio inconscio il quale, evidentemente molto più accorto del mio conscio utopista e irrazionale, vuole avvertirmi di tenere i piedi ben saldi al suolo, ché tanto si sa che i sogni non si avverano mai. Soprattutto i miei.



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13 giugno 2010
Se il buongiorno si vede dal mattino
Allora, vediamo... Londra 1940? San Lorenzo 1943? Vietnam 1964? Devo cercarmi in fretta un rifugio antiatomico?
No, non mi sono risvegliata sotto l'assedio dei bombardamenti nemici, è solo il terzo giorno di botti per la festa del patrono. Ma porca di quella miseria, tutto per adorare una statua di legno portata in processione una volta l'anno. E poi dicono che non sono barbari. Fuochi d'artificio, blocchi stradali,  ceri votivi, vigili urbani, passeggini, palloncini... CASINO, buddellu! Ogni anno mi ritrovo a imprecare e domandarmi perché non possano festeggiare nel silenzio della preghiera o magari con delle pratiche di mortificazione corporale, se desiderano. Che ne so io, cilicio, frustate, carboni ardenti, a loro ampia scelta purché facciano silenzio e non creino scompiglio.   
Ho sonno, cazzo, fatemi dormire!



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9 giugno 2010
Libbirati Schicchi

Signuri di la liggi, ‘tra l’aricchi

Nun lu sintiti stu gridu putenti,

Chi l’infucati Madunii luntani

Vi mannanu pi mezzu di li venti?

     Libbirati schicchi!

 

Sintiti, ancora, ancora,

E’ chidda di li poviri – li ricchi

Nun hanno vuci, hannu la vucca china. –

E’ chidda di cu soffri e si ruvina

P’un pezzu, p‘un pezzu sulu di pani…

Sì, è chidda di cu porta la catina

Di tant’anni, tanti; ma chi dumani

Rumpirà… certamente. Sintiti:

     Librirati Schicchi!

 

Signuri, na vuci forti, cchiù forti:

Sintiti è l’Anarchia!

Chi dispiratamenti v’addimanna

Lu vecchiu figghiu cu la varva bianca;

E’ l’Anarchia! Chi grida e cunnanna

Li vostri liggi infami e minzugneri.

Basta! – vi dici -  apriti li galeri!

     Libbirati Schicchi!


 

Ignazio Buttitta

 

Liberate Schicchi // Signori della legge, nelle orecchie / non sentite questo grido potente, / che le infuocate Madonie lontane / vi mandano per mezzo dei venti? / Liberate Schicchi! // Sentite, ancora, ancora, / è quella dei poveri – i ricchi / non hanno voce, hanno la bocca piena - / è quella di chi soffre e si rovina / per un pezzo, un  pezzo solo di pane… / Sì, è quella di chi porta la catena / da tanti anni, tanti, ma che domani / romperà… certamente. Sentite: // Liberate Schicchi! / Signore, una voce forte, più forte: / sentite… è l’Anarchia! / Che vi domanda disperatamente / il vecchio figlio con la barba bianca: / E’ l’Anarchia! Che grida e condanna / le vostre leggi infami e menzognere. / Basta – vi dice – aprite le galere! / Liberate Schicchi!


Per un carissimo compagno.




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2 giugno 2010
Riflessioni serali
Ultimamente mi capita spesso di dire la parola "compagno", trovo che sia bellissima.
E no, non fatevi prendere dai soliti pregiudizi politicizzati, malapinzanti*!
Dal latino cum + panis, commensale, partecipe dello stesso vitto, quindi colui che divide qualcosa con noi.
Condivide emozioni, ad esempio. Di qualunque genere: lacrime, sorrisi, parole, sguardi, pensieri, esperienze. Compagno di ideali, compagno di viaggio, compagno di vita, di studi, di bevute, di risate.
Qualcuno che riteniamo essere come noi, al nostro stesso livello. Qualcuno che vogliamo al nostro fianco lungo il nostro cammino. Trovo sia un concetto tanto semplice quanto sublime.
Compagni, che fortuna avercene.



*maliziosi, che pensano al peggio



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1 giugno 2010
Ingnobile, assurda, insensata ingiustizia
Sono ancora incredula e sbigottita per quanto accaduto al largo delle coste di Gaza. Non riesco ancora a scriverne né parlarne senza provare una profonda rabbia per le tante vittime che questo conflitto, assurdo e ignobile come e forse più di ogni altro, continua a mietere da più di mezzo secolo. Ho deciso quindi di tacere e di rimandarvi al seguente articolo di Angelo d'Orsi pubblicato su MicroMega che sposa appieno il mio pensiero, ribadendo prima la mia solidarietà al popolo palestinese.

***

Israele, piombo fuso contro la pace

Scrivo sotto l’effetto dell’emozione, davanti alle notizie che giungono dal Medio Oriente. Di un’emozione che sa di indignazione: un’indignazione profonda, quella che sola nasce dal sentimento dell’impotenza davanti a una ingiustizia enorme. Ingiustizia enorme, ingiustizia mostruosa, ingiustizia vergognosa: l’ingiustizia perpetrata dal mondo che ha consentito agli ebrei di costituire uno Stato “etnicamente puro” in Palestina, scacciando coloro che lì erano nati, figli di nativi, nipoti di nativi, pronipoti di nativi, andando a ritroso per centinaia e centinaia di anni. L’ingiustizia che ha preteso riparare al torto mostruoso subìto dagli israeliti con il razzismo sfociato nella “soluzione finale” nazista, commettendo un nuovo torto ai danni di un altro popolo, spossessato della sua terra, dei suoi costumi, della sua memoria, persino del suo paesaggio.

Un’ingiustizia che continua, e che, a dispetto delle oltre settanta risoluzioni dell’ONU, e delle reiterate condanne della “comunità internazionale”, nessuno ha intenzione di riparare. Meno che mai i governanti israeliani, i quali, nel susseguirsi delle maggioranze, nel succedersi di leaders, non hanno avuto alcuna autentica volontà di pacificazione. Se l’avessero avuta, avrebbero smesso la politica devastante, su ogni piano, degli insediamenti nei pochi ettari di terra e di zone urbane (Gerusalemme Est, in specie), ai danni, ancora una volta, della popolazione arabo-palestinese. Non hanno mai avuto alcun intendimento reale di acconsentire alla nascita di uno Stato parallelo, indipendente, dei Palestinesi, i governi di Tel Aviv, capitale dello Stato israeliano, il quale peraltro ha deciso unilateralmente di spostarla a Gerusalemme proclamandola, addirittura, “capitale unica eterna e indivisibile”, benché dagli accordi sottoscritti sotto l’egida dell’ONU, e delle grandi potenze, quella sia una città divisa, e, per di più, una città nella quale, comunque, vanno salvaguardate le diverse etnie, religioni, lingue, culture. Patrimonio dell’umanità, nel senso proprio e tecnico, città plurireligiosa, multietnica, sovranazionale.

Guardiamo alla realtà. Israele ha ostacolato in ogni modo la strada della pace – la famosa  road map è una sciocca bugia a cui nessuno più crede – e mentre i palestinesi che vivono entro i confini israeliani sono ridotti alla condizione di iloti, di sub-cittadini, sulla base di un vero e proprio apartheid; coloro che sono invece nelle terre residue – scarse, e di fatto sottoposte a un ferreo, arcigno e criminale blocco perenne da parte dell’esercito con la stella di Davide – ossia a Gaza e in Cisgiordania (i cosiddetti Territori Occupati), sono impossibilitati alla stessa sopravvivenza. E, ad abundantiam, il potentissimo apparato militare israeliano, la micidiale potenza di fuoco della sua aviazione, pronta a sperimentare nuove armi, a cominciare da quelle proibite (in fondo, si tratta di experimentum in corpore vili: il corpo dei palestinesi, opportunamente deumanizzato da una propaganda che va ben oltre i confini israeliani), servizi segreti particolarmente efficienti e spietati, e, me lo si lasci dire, l’arroganza che nasce dalla convinzione di essere, comunque, sempre, dalla parte della ragione, ha favorito una politica che nel corso del tempo non ha quasi mai rivelato autentiche aperture all’altro, al di là delle tante retoriche dell’incontro, della buona volontà, dell’intesa indispensabile e della “necessità” dell’accordo.

Tutto ciò è stato possibile, e lo è tuttora, solo grazie al sostegno acritico, massiccio, in termini finanziari, politici e militari, che gli Stati Uniti concedono a Israele, che in realtà oggi è in grado di tenere sotto scacco persino il suo potente alleato-padrone. Tutto ciò è stato possibile grazie al silenzio inerte o complice di gran parte delle diplomazie e delle opinioni pubbliche dell’Occidente, in testa il nostro governo, il “migliore amico di Israele”, come confermano gli accordi militari, economici, culturali, anche assai recenti, sui quali una rete omertosa viene regolarmente distesa.

Dopo l’infame operazione “Piombo fuso” tra la fine del 2008 e l’inizio del 2009, che sterminò oltre 1500 abitanti di Gaza – perlopiù bambini –, lasciando centinaia di feriti gravissimi, gli israeliani, non paghi di condannare alla “morte lenta” le centinaia di migliaia di scacciati dalle loro case, come si espresse (parlando con Edward Said), un profugo in uno dei campi dove i palestinesi hanno trovato assai precario “rifugio”. E ben lungi dal cercare una soluzione alla “questione palestinese”, che avrebbe significato il ritiro degli israeliani almeno ai confini anteriori alla Guerra dei Sei Giorni (1967), e il rientro di tutti i profughi, gli israelini hanno portato avanti una strategia di terrore, di sopraffazione, di discriminazione, continuando a costruire nelle terre residue dei palestinesi, a scacciare chi ha la sventura di abitarvi, a tagliare i loro ulivi, a distruggere i loro agrumeti, a impedire ogni possibilità di vita.

L’arroganza è arrivata, ieri l’altro, all’attacco a una nave che tentava di rompere il blocco cui è sottoposta la popolazione innocente di Gaza. Un vero attacco militare, contro la flottiglia di navi di ong pacifiste che vogliono soltanto testimoniare la compassione, nel senso più alto e nobile, ai palestinesi di quella parte dell’opinione internazionale non corriva ai media, non eterodiretta da governanti ciecamente filo-israeliani. Un attacco che ha provocato morti, e feriti. Davvero bravi, eroici, i giovanotti di Tsahal (le forze armate di Israele). E cosa volevano fermare, questi coraggiosi? Un carico di armi? No. Ecco cosa tentavano di portare a Gaza gli attaccati: cemento, medicine, alimentari, sedie a rotelle...

E il mondo, ora, il mondo che farà? Esprimerà una “ferma riprovazione”, o forse, addirittura, si spingerà a un “severo monito”? I governanti di Tel Aviv, mentre hanno clamorosamente mentito sui fatti, non hanno rinunciato all’impudenza di dirsi “rammaricati”. Il ceto politico nel suo insieme, gli intellettuali, la cittadinanza nella sua stragrande maggioranza ribadiranno sicuramente il concetto, insistendo nel contempo, che Israele, nella sostanza, ha ragione anche quando sbaglia. Ebbene, personalmente credo e affermo che oggi Israele sbaglia anche quando ha ragione. E che, ormai, anzi, nessuna ragione è più plausibile. Nessuna ragione può ancora giustificare questo scandalo, questa ingiustizia mostruosa.

Lo scandalo, a ben vedere, è, se vogliamo essere franchi, la stessa esistenza di quello Stato. Ormai forse è troppo tardi per tornare indietro; ma non lo è per far sentire ai suoi dirigenti che essi non possono impunemente continuare sulla strada del terrorismo (di Stato, appunto; di gran lunga il peggiore), del misconoscimento di tutte le norme del diritto internazionale, della totale e ostentata ignoranza delle leggi: tanto di quelle codificate, quanto di quelle non scritte, e che rinviano, per ricorrere a una parola certo consunta troppo spesso abusata, alla civiltà.

Se Israele continuerà a spargere vento, insomma, come potrà sperare che la tempesta non arrivi? E come pensa di resistere a quella tempesta? Ammazzare tutti gli arabi del mondo sarà difficile. Se poi ad essi si pretende di aggiungere anche quanti lottano per i diritti degli arabi, e dei palestinesi in specie, la guerra infinita di Israele potrà raggiungere un solo risultato: procurare odio antiebraico, generare altra violenza, suscitare un terrorismo suicida da parte di chi, non avendo più nulla da perdere, considererà la morte in battaglia come preferibile alla morte lenta.

Angelo d'Orsi

(1 giugno 2010)



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29 maggio 2010
.
Leggimi dammi
Ancora i mo
Paroli muzzichili
Fai muddichi
Cché vocali
Trasimi na testa
Ietta u iancu



Salvo Basso

(Leggimi dammi / Ancora le mie / Parole mordile / Fai molliche / Con le vocali / Entrami in testa / Butta il bianco)




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21 maggio 2010
Sogno
Sdraiata lì dove la terra è più verde, i miei sensi trovano finalmente riparo sotto un cielo azzurro che incontra l’oceano all’orizzonte. Lui, forte e limpido viene a darmi il suo saluto infrangendo le sue onde sotto ai miei piedi. Lo accompagna il vento dell’Ovest, anche lui lì ad accogliermi. Agita i rami degli alberi e le loro foglie, divenute ormai rosse, danzano in cerchio intorno a me guidate dalle note di arpe celtiche, flauti e bodhràn suonati da fate e folletti saltati fuori dai loro nascondigli nei boschi.
Si respira un’aria incantata che mi avvolge facendomi sentire in piena armonia con quello splendido universo. Mi abbandono a lei e lascio che mi strasporti ovunque voglia. Adesso le appartengo, finalmente. Adesso non ho bisogno di chiedere altro. La magia di cui ho bisogno è lì che ha preso vita, mi siede accanto e mi tiene la mano mentre mi accompagna lungo un viaggio fantastico. I suoi occhi sono il blu dell’oceano e sprofondano nei miei, le foglie rosse che danzano sono i suoi capelli, la musica che sento è la sua voce che mi sussurra all’orecchio dolci parole di libertà.
No, non voglio svegliarmi, voglio restare ancora lì. Per sempre lì, così, e vivere un sogno che ha preso le sue sembianze.







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15 maggio 2010
Quand tu regarderas le ciel...
<<Et quand tu seras consolé (on se console toujours) tu seras content de m'avoir connu. Tu seras toujours mon ami. Tu auras envie de rire avec moi. Et tu ouvriras parfois ta fenêtre, comme ça, pour le plaisir... Et tes amis seront bien étonnés de te voir rire en regardant le ciel. Alors tu leur diras: "Oui, les étoiles, ça me fait toujours rire !" Et ils te croiront fou. Je t'aurai joué un bien vilain tour... >>

Uno scherzo. Uno scherzo che addolcisce e rasserena le mie giornate.
Ieri sera, mentre tutti si divertivano nella stanza a fianco, mi sono isolata come capita spesso. Affacciata sull’uscio della porta, ho alzato gli occhi al cielo ed ho ripensato a queste parole come se fossero rivolte a me.
Così mi sono persa tra mille sogni e fantasie, e sorridevo. Un sorriso dolce e amaro allo stesso tempo, ispirato da pensieri che mi portano lontano verso quegli orizzonti che tu mi hai mostrato. Grazie, dolcissimo amico, ancora una volta. Grazie per il tuo sostegno disinteressato, per riporre in me tutta la fiducia che io non ho, tutta la forza che a me manca, per stimarmi come nemmeno merito, per essere sempre presente con la tua sconfinata tenerezza. Grazie per le splendide emozioni che ogni giorno mi regali, per riuscire ad asciugare le mie lacrime con le tue dolcissime parole.
Nello scriverti speravo di riuscire ad andare oltre i miei soliti ringraziamenti, ma non ne sono stata capace. D'altronde come si fa a spiegare con semplici parole quanto sei unico e speciale? Spero un giorno di poter ricambiare tutto l’affetto che mi dai e veder brillare la luce che emanano i tuo bellissimi occhi.


______
["E quando ti sarai consolato (ci si consola sempre), sarai contento di avermi conosciuto. Sarai sempre il mio amico. Avrai voglia di ridere con me. E aprirai a volte la finestra, così, per il piacere... E i tuoi amici saranno stupiti di vederti ridere guardando il cielo. Allora tu dirai: "Si, le stelle mi fanno sempre ridere!" e ti crederanno pazzo. "T'avrò fatto un brutto scherzo..."]
Da "Il Piccolo Principe" di Antoine de Saint-Exupéry



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9 maggio 2010
Cos'è la bellezza? Ricordando Peppino




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24 aprile 2010
Resistere, oggi
L'Italia sta marcendo in un benessere che è egoismo, stupidità, incultura, pettegolezzo, moralismo, coazione, conformismo: prestarsi in qualche modo a contribuire a questa marcescenza è, ora, il fascismo.

Pier Paolo Pasolini
Vie Nuove n. 36, 6 settembre 1962


Erano gli anni del boom, del miracolo, quelli in cui Pasolini scriveva queste parole. Adesso, passato il benessere ci rimangono stupidità, moralismo e tutto ciò che ne consegue, compresa un'incultura sempre più disarmante, sempre più radicata nella gente, incapace ormai di guardare oltre a quello che i mass media "governativi" propongono loro. E sì, le abbiamo scritte cento, mille, milioni di volte queste parole, forse è il caso di smettere. I blog, internet tout court, pare abbia perso la sua battaglia contro l'ignoranza. Si pensava che gli italiani si servissero di questo straordinario mezzo per informarsi, per crearsi una coscienza critica, ma li abbiamo sopravvalutati ancora una volta. E non è demagogia, non sono nella posizione di farne. E' solo un dato di fatto, altrimenti questo sarebbe un paese libero. Libero. Non sto qui a spiegare cosa intendo con questo aggettivo, sappiamo tutti a cosa si riferisce. Libero ad esempio di prendere a calci in culo chi scrive parole come queste*.
Anche quest'anno, come ormai da troppi, con la Festa della Liberazione torna anche l'amarezza per quell'Italia che ha dimenticato il vero significato di questa ricorrenza. Già lo scorso anno abbiamo dovuto assistere a quella stomachevole riabilitazione dei soldati repubblichini da parte del ministro della Difesa senza che nessuno ne pretendesse le dimissioni. Adesso ci tocca pure sentire che gli Alleati hanno scongiurato la dittatura comunista senza il minimo accenno alla Resistenza. Ma non hanno davvero nessun pudore? Ma non c’è nessuno che possa sanzionare tutte ‘ste merde fasciste? Non vi fanno schifo? Il percorso revisionistico di quel periodo storico sta riuscendo perfettamente e non c'è nessuno dei nostri politici di "sinistra" che difenda la memoria di tutti i partigiani che hanno combattuto per sconfiggere l'oppressore nazi-fascista, quelli caduti e quei pochi ancora in vita costretti a guardare le macerie del paese che hanno contribuito a costruire. Adesso, come in tutte le altre occasioni in cui dovrebbero combattere, i nostri esponenti politici dormono placidamente, rendendosi così complici di questo nuovo regime simil-fascista che si è fatto avanti. Chi dimentica la storia è condannato a riviverla, ed io non ci tengo ad assistere a scene come quella descritta nel brano che segue. No, nemmeno stavolta è demagogia, ma un semplice presagio dettato dalla paura per ciò a cui assisto tutti i giorni. Vero, mancano i rastrellamenti per le strade, ma dobbiamo per forza aspettare di sentire i colpi dei manganelli sulle nostre schiene per capire che siamo in dittatura?


"Oggi nessuno sa più chi è questo tale Saletti, ma a quell’epoca era una specie di eroe. Una domenica di febbraio del 1921, in camicia nera, era entrato con un’ottantina di camerati dentro al covo rosso di Roccastrada per dare una lezione ai minatori comunisti. Due camion, molti bastoni, qualche moschetto. L’obiettivo è la sede della Lega sindacale. La distruggono. Per strada tafferugli, olio di ricino ai militanti più conosciuti. Tre ore di scorribande. Poi una sosta all’osteria e di nuovo tutti sui camion. Appena partiti, un colpo di fucile e lui, Ivo Saletti, cadde fulminato. Venticinque anni dopo, processo celebrato dal tribunale di Grosseto, si accertò che il colpo era partito per errore da uno dei camerati, per la calca. Ma quella domenica del 1921, si scatena la rappresaglia. Raccontano le cronache di allora che i camion si bloccarono, gli ottanta scesero. Chi li guidava comandò: Hanno ucciso uno dei nostri, uccideremo dieci dei loro. Nella piazza rastrellarono gli uomini, allontanarono le donne. Dieci minatori furono messi al muro e fucilati. Due giorni dopo, mentre a Roccastrada si tenevano i funerali dei dieci morti ammazzati (il paese in piazza, i carabinieri pronti a intervenire, la tensione), a Grosseto il comune organizzò il funerale di quell’unico ragazzo morto per sbaglio con il sindaco, i giornalisti, gli uomini in nero del partito nazionale fascista, la lapide che il cappellano benedì: via Ivo Saletti, 1921."

Da Vita agra di un anarchico. Luciano Bianciardi a Milano, Pino Corrias, Baldini Castoldi Dalai 2008

Buon 25 aprile

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