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5 dicembre 2009

L'altra faccia del miracolo italiano

<<[...] i miracoli veri sono quando si moltiplicano pani e pesci e pile di vino, e la gente mangia gratis tutta insieme, e beve. Mangiano e bevono a brigate sull'erba, per gruppi di cento e di cinquanta. Mangiano, bevono e cantano, stanno a sentire la conferenza e appena buio, sempre lì sull'erba, come capita, fanno all'amore. Il conferenziere si è tirato in disparte coi suoi dodici assistenti, e discorre con loro sorridendo E' un dottorino ebreo, biondo, sui trent'anni.
I miracoli veri sono sempre stati questi. E invece ora sembra che tutti ci credano a quest'altro miracolo balordo:
[...]
Faranno insorgere bisogni mai sentiti prima. Chi non ha l'automobile l'avrà, e poi ne daremo due per famiglia, e poi una a testa, daremo anche un televisore a ciascuno, due televisori, due frigoriferi,due lavatrici automatiche, tre apparecchi radio, il rasoio elettrico, la bilancina da bagno, l'asciugacapelli, il bidet e l'acqua calda.
A tutti. Purché tutti lavorino, purché siano pronti a scarpinare, a fare polvere, a pestarsi i piedi, a tafanarsi l'un con l'altro dalla mattina alla sera.
Io mi oppongo.
[...]
No, Tacconi, ora so che non basta sganasciare la dirigenza politico-economico-social-divertentistica italiana. La rivoluzione deve cominciare da ben più lontano, deve cominciare in interiore homine.
Occorre che la gente impari a non muoversi, a non collaborare, a non produrre, a non farsi nascere bisogni nuovi, e anzi a rinunciare a quelli che ha.
>>

Luciano Bianciardi. La vita agra, 1962

***

Poetico, romantico, utopistico, no?
Il libro continua con una splendida spiegazione dettagliata della suddetta rivoluzione in interiore homine e la sua inevitabile inattuazione.
E' un girare intorno alla vita di un uomo costretto a confrontarsi con un mondo arido, frenetico e indifferente dove tutto ciò che conta è arrivare alla fine del mese, non importa a costo di quali sacrifici. Si rinuncia a tutto - in primo luogo alla propria umanità, all'interesse, alla capacità di relazionarsi con gli altri -  pur di non perire travolti da una società di massa che va avanti e si sviluppa sempre più velocemente. Una critica feroce viene dall'anarchico Bianciardi che con questo splendido romanzo ha spiazzato la società italiana degli anni Sessanta e che oggi serve da confronto per capire come siamo peggiorati, quanto i bisogni indotti dall'esterno abbiano raggiunto un tale livello di esasperazione da rendere oltremodo ridicolo il pensiero di una rivoluzione basata sulla non collaborazione al sistema.
Sarebbe auspicabile, anzi necessario, sarebbe fantastico, sarebbe l'inizio di un mondo migliore, ma ahimè irrealizabile, temo.

Concludo con le note infinitamente più esplicative delle mie parole riportate nella quarta di copertina del libro:



Come accade raramente nella storia della letteratura, l'uscita de La vita agra nel 1962 avrebbe fornito le parole al disagio profondo che nella realtà quotidiana stava appena sotto la patina dorata del boom economico che in quegli anni investiva l'Italia, creando facili illusioni di massa per un paese che appena ieri era contadino. Ma La vita agra può anche essere letta come palinsesto dei motivi che animeranno qualche anno più tardi la contestazione giovanile. C'è l'inumanità, o alienazione, cui è ridotta la folla della metropoli; c'è la nausea del traffico e dell'automobile; c'è la pena per il mondo aziendale, ove la gente appare sottoposta a un processo di disidratazione spirituale; c'è la satira del mondo editoriale resa inerte e posta in vendita adulterata dal sussiego delle mode sempre nuove.
C'è insomma una contestazione globale al sistema, e all'uomo integrato nel sistema: "ora so che non basta sganasciare la dirigenza politico-economico-social-divertentistica italiana. La rivoluzione deve cominciare ben più lontano".




 

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